mercoledì 4 luglio 2012

Capitolo 26


Capitolo 26 - Edward



   Le fitte radure di pini marittimi regalavano, con le loro chiome, ampie zone d’ombra dove il Sole faticava a penetrare coi suoi raggi  e la temperatura risultava particolarmente gradevole.
Percorremmo strade sempre più strette fino a raggiungere un vialetto privato, al termine del quale si apriva un bellissimo giardino, dove un disteso prato inglese brillava di un verde inusuale.
Rimasi a bocca aperta quando sul fondo della proprietà si profilò la villa che ci avrebbe ospitato.
Era in pietra a vista e si sviluppava quasi interamente su un unico piano. Accanto, poco lontano, c’era una piccola dependance molto simile nelle finiture, anch’essa molto curata.
Un profondo porticato circondava la casa dandole l’aspetto rustico che caratterizzava le abitazioni della zona.
Ricche aiuole di ortensie pronte alla fioritura lussureggiavano tutte intorno, mentre in altre, le azalee davano ampia mostra di sè, spruzzando di bianco, rosa e di fucsia, quella gradevole distesa verdeggiante.
I fiori e le piante erano stati sempre la passione di mia madre.
Esme curava personalmente il giardino della villa su a Napa e fin da bambino mi aveva insegnato ad amarli e a riconoscerli.
Lo chiamava il “ gioco della macedonia”, per via dei mille colori che componevano le sue aiuole ed io, curioso come sempre, l’aiutavo stando in ginocchio gomito a gomito con lei a piantare i teneri germogli.
Era da molto tempo che non vedevo i miei genitori e mi ripromisi di chiamarli non appena ci fossimo sistemati.
Abbassai  i finestrini respirando  il profumo di bosco e di resina.
Sospirai soddisfatto, riconoscendo quell’aria mite.
Guardai Rose.
Si asciugava le guance passandovi le dita, fissando un punto indefinito fuori dal finestrino.
Mi lasciai distrarre dal panorama che avevo davanti, rimandando qualsiasi chiarimento con Rose ad un altro momento.
Jasper spense la musica.
-      Che ne dite? Niente male la casetta, vero? –
Mio fratello se la rideva, voltandosi a guardare le nostre facce sorprese.
Lentamente si avvicinò alla grande casa, parcheggiando proprio di fronte all’ingresso.
-      Jasper tu devi essere pazzo, non mi avevi detto fosse una villa da copertina. –
     Ero incantato, mentre tutti quanti ci guardavamo in faccia esterrefatti.
-      Devi imparare a fidarti di me Edward. Non vi volevo rovinare la sorpresa. Non avrei fatto mari e monti per averla se non fosse stata così. Qui troverai il meglio del meglio e ancora non è abbastanza per descriverlo.
-      Tu sei fuori di testa. Non ci posso credere. E’ fantastica! –
-      E ancora non l’hai vista dentro. – Era orgoglioso di sé.
Scese dall’auto fischiettando, mentre raggiungeva le tre persone raccolte in attesa sotto la veranda.
Avevano tutta l’aria di essere il personale di servizio alla villa.
Vidi Rose aprire la portiera scorrevole e scendere sgranchendosi le gambe.
Isabella non le fece caso.
-      Dio mio è straordinario questo posto, non ci posso ancora credere. –
Mi parlava stringendomi la mano tutta eccitata, con una luce negli occhi che non le vedevo da tempo.
Nessun segno di stanchezza per il viaggio…era radiosa e nel suo fresco abitino di seta lavanda sembrava appena uscita di casa. I capelli sciolti le accarezzavano le spalle e lei continuava ad arrotolarli dietro la schiena perché non le dessero fastidio. Amavo quel gesto tutto suo e non riuscendo a resistere, avvicinandomi, li accarezzai.
-      E’ di tuo gradimento Signora Cullen?- Le baciai la guancia dolcemente, non riuscendo però a distrarre i suoi occhi dal finestrino.
-      Tuo fratello è un tesoro. Dio mio,  sono senza parole. –
Mi sentivo perso, mentre guardavo tutto quello che mi circondava.
Erano molti mesi che non vedevo altro che il panorama fuori dal nostro appartamento e osservavo quindi ogni cosa intorno a me come un bambino catapultato nel paese delle meraviglie.
Mi aiutarono a scendere dall’auto e tutti insieme ci radunammo sotto il grande porticato con vista sul lago. Le travi in legno del tetto spiovente si accompagnavano con gusto alle grandi mattonelle di cotto rosso del pavimento, rendendo l’atmosfera calda e accogliente.
Il salottino in midollino, con i suoi cuscini bianchi, completava l’opera dandole un tocco di eleganza.
Era tutto perfetto.
Il lago attirò la mia attenzione, riflettendo la luce di quel cielo ancora primaverile.
Per un attimo osservai quella distesa d’acqua straordinariamente limpida, la cui superficie,  accarezzata dalla brezza, si increspava appena, quasi che il vento , nascosto tra le nuvole basse, sospingesse per gioco l’unica barca che solitaria si era avventurata a percorrerlo.
Non c’erano rumori estranei alla natura, se non le nostre voci smorzate dalla vegetazione intorno.
I profumi familiari di quei luoghi fecero riaffiorare vecchi ricordi di gioventù e per un istante mi sentii come quando ero ragazzo.
Le vacanze… gli amici che ritrovavo ogni anno…le gare di tuffi…le risate.
Come ridestate, quelle dolci emozioni tornarono a rivivere.
Mio fratello era in piedi accanto a me e sebbene fosse in silenzio, capii che stava provando la stessa cosa.
-      Bei tempi eh? – Lo dissi piano, così che potesse sentirlo soltanto lui.
-      Già! – Fu tutto quello che riuscì a rispondere sospirando.
Jasper si voltò verso gli altri e fece le presentazioni.
Tom, Marta e Lia gestivano la casa fin dal primo giorno in cui era stata abitata e l’amavano come fosse la loro creatura.
Marta e Lia erano due sorelle di origine italiana ed erano sorprendentemente belle.
Lia era bionda piccolina,  molto formosa e Marta al contrario alta, bruna, magrissima,  con due occhi verdi che trapassavano lo sguardo di chiunque li avesse incrociati.
Non avevano praticamente nulla in comune se non quell’accento marcato che rendeva allegra la loro parlata. Aperte e cordiali accolsero tutti con un piccolo rinfresco degno di un albergo cinque stelle.
Si occupavano di ogni cosa, cucinavano ed erano abili in tutto ciò che esigeva l’organizzazione di una così grande casa.
Tom era un uomo sulla quarantina, molto serio e cerimonioso all’apparenza, ma che dopo una mezz’ora era lì a rallegrare la compagnia rivelando divertenti aneddoti sul precedente proprietario.
Era cresciuto nella vallata e non aveva mai visto altro che quei boschi.
Lui si occupava del parco, affiancato saltuariamente dai suoi nipoti che gestivano un vivaio sull’altra sponda del lago.
Isabella era allegra e aveva familiarizzato con Marta che,  molto gentile,   le raccontava di quei luoghi per lei inesplorati, rispondendo alle mille domande che come suo solito le rivolgeva.
Non era mai stata al Lago Tahoe e nemmeno aveva mai fatto una vacanza in un qualsiasi lago della regione, quindi l’esperienza le era del tutto nuova.
Jasper , Tom ed io valutavamo insieme gli svaghi che offriva in quel periodo la vallata, le feste di paese, i raduni dei centauri, e la favolosa Festa dell’Estate…alla quale avevamo partecipato sempre anche quando eravamo ragazzi.
Si sarebbe tenuta alla metà di agosto e Jasper per quell’epoca mi aveva promesso che sarei stato in piedi sulle mie gambe.
Era la fine di maggio, mancava poco …troppo poco.
La prospettiva di essere in grado di camminare in così breve tempo mi mise subito in agitazione.

Ansia, seduta sul mio stomaco,  iniziò a ridere di me, impedendomi di respirare.
Fiducia la spinse via, risollevandomi dal peso che mi opprimeva...

Mi voltai per cercare Rose, come se il mio successo fosse strettamente legato a lei. Accadeva sempre spontaneamente quando venivo preso da questi pensieri sulle sorti della mia salute.
La credevo seduta con Lia a chiacchierare, ma non era lì.
Intravidi la sua figura all’inizio del pontile di legno che si allungava sulle acque profonde del lago.
Il prato degradava verso le sponde, ospitando un piccolo porticciolo privato, dove ormeggiata vi era una barca a vela di discrete dimensioni che ancora non avevo notato.
Se ne stava ferma sotto al Sole…fissando lo sguardo sulle scintillanti acque di fronte  a lei.
Mi chiesi quale fosse il motivo di tanto disagio e cosa la turbasse al punto di piangere.
Non era mai accaduto nei mesi che avevamo trascorso insieme di vederla cedere in quel modo. Era una donna forte e raramente permetteva alle proprie emozioni di prendere il sopravvento.
Mi ripromisi di parlarle, non appena ne avessi avuta l’occasione.
Rose aveva dato il massimo per aiutare me nei momenti bui ed il minimo che potessi fare era cercare di fare altrettanto per lei.
Marta e Lia si offrirono di mostrarci la casa  e così la chiamai perché ci raggiungesse.
Si voltò non appena sentì la mia voce e con passo deciso si unì a noi.
Le sorrisi cercando di scorgere quello che nascondeva, ma il suo volto era una maschera inespressiva, senza entusiasmo e senza nessuna emozione.
Forse costringerla a seguirci fin lì non era stata una grande idea.
 Non avevo avuto nemmeno il tempo di chiederle se fosse d’accordo o meno a seguirmi fin lì, ma Jasper e Isabella mi avevano distratto con altre considerazioni che ruotavano esclusivamente intorno a me e già ansioso di mio, questa cosa non l’avevo proprio considerata.
 Il fatto poi che le sue origini fossero legate a quei bellissimi posti mi aveva convinto inconsciamente che le avrebbe fatto piacere ritornarvi.
Ripensandoci però mi resi conto che Rose non aveva mai parlato del suo passato, in nessuna occasione …mai.
Quel tarlo si insinuò nelle pieghe delle mie incertezze e improvvisamente mi sentii un maledetto egoista.
Avrei chiarito.
Presto.
L’interno di quelle spesse mura di pietra era qualcosa di indescrivibile e Isabella ed io continuavamo a fissarci sbalorditi senza trovare le parole.
Tutto era studiato nei dettagli che nella loro semplicità la rendevano unica.
Tom e le sorelle Bellini vivevano lì soltanto di giorno, mentre la sera tornavano in paese dalle loro famiglie.
Ci mostrarono le nostre camere e poi scomparvero a dare gli ultimi ritocchi al pranzo.
Isabella ed io eravamo estasiati e una volta soli ci mettemmo a urlare.
-      Ma ti rendi conto di dove siamo? –
-      Non me ne parlare, Jasper è un pazzo. Chissà quanto gli è costato questo scherzetto. –
-      Penso se lo possa permettere no? Comunque è un regalo meraviglioso per entrambi. Nessun posto è paragonabile a questo. Ahaha…devo chiamare Alice e dirle di venirci a trovare. Impazzirà, lo sento. –
Sospirò lasciandosi cadere all’indietro sul letto, mentre il piumone si avvolse intorno a lei quasi coprendola. 
Si strinse le coperte sul viso annusandole e poi allargò le braccia sul materasso.
Era visibilmente su di giri ed io non potevo esserne più contento.
-      Allora non sei pentita di essere venuta via con me? –
Si mise seduta sulla sponda del letto e le andai incontro.
-      Edward, sarei venuta con te anche se fosse stato un rudere. Tu non sai cosa significhi poterti stare vicino…in vacanza…noi due. –
Abbassò lo sguardo un istante. Fece una pausa.
-      Non ti nego che avrei preferito essere sola con te…ma…- Tornò a guardarmi.
-      … quando ti sarai ripreso, avremo tutta la vita per goderci un po’ di pace. –
Sembrava sincera, ma io la conoscevo bene e nei suoi occhi leggevo quella nota dolente che sperai non ci rovinasse la vacanza.
Rose.
Ignorai volutamente l’argomento e attirandola la feci cadere sulle mie ginocchia. 
La solleticai mordendole l’orecchio e la sua risata mi gonfiò il cuore.
-      Pensi che noi due soli…-  Afferrai il lobo tra i denti.
-      la sera…a letto….-  mugugnai dolcemente soffiandole sul collo.
-       avremo tempo per cominciare a godere…-  gemetti apposta
-      di quella pace di cui parlavi?-  Rabbrividì.
  La sua pelle era fresca e profumava di lei.
-      Non lo so…dovrei vedere…- Mormorò distrattamente, trattenendo il fiato.
La strinsi forte imprigionandole le mani e mordicchiandole il collo  continuai la tortura.
-      Ha altri impegni Signora Cullen?- Non riuscì a rispondermi.
-      O vuoi che ti chiami Miss Swan?- La canzonai vittorioso.
-      No, ti prego. Non vorrai che tutti pensino che sono disponibile. -
Rideva talmente forte che pensai l’avrebbero sentita anche in paese.
-      Certo che no. Signora Cullen è perfetto! -
La sua gioia mi ridonava la vita e in quell’ istante, con Isabella di nuovo serena tra le mie braccia tutto il resto perse importanza.
Dimenticai tutto …la sua presenza mi appagava di ogni cosa mi era mancata nella vita.
Isabella era la mia vita.
La parte più gioiosa e appagante di tutta la mia esistenza.
Pensare di starle lontano mi soffocava, ma ora che potevo stringerla forte mi sentivo completo.
Consapevole di questo mi sentii diverso.
Con lei tutto sarebbe stato possibile.

Speranza sorrise compiaciuta e incrociando le mani dietro la testa si stese vittoriosa sulle mie incertezze.
Ansia se ne andò in silenzio, seguendo la via che Buonsenso le mostrava.

Giocando,  il tempo passò veloce e qualcuno bussò alla nostra porta.
La mia splendida moglie si alzò e, ormai senza fiato e accaldata, l’aprì.
Trovò Jasper che ,visibilmente soddisfatto del clima che respirava, si avvicinò abbracciandola.
-      Avete finito voi due di far casino? – La baciò sulla guancia.
-      Ma nemmeno per sogno. Voglio ridere fino a morire. Anch’io sono in terapia, non lo sapevi? –
-      Oh, allora dovrò alzare la parcella. –
Lei lo colpì sulla spalla amichevolmente, mentre Jasper approfittava per tastarla tutta.
-      Sei tutte ossa piccola, dovrò metterti all’ingrasso. – Risero insieme.
-      Non ci penso neanche. Qui davanti hai la nuova Miss Tahoe, non sei d’accordo Edward?- Finsi di essere scocciato.
-      Metti giù le mani da mia moglie, dottore. Sei sempre il solito porco. -
-      Dio,  com’è vera sta cosa!- Il solito scemo le fece lo scanner con lo sguardo.
-      E tu, cara mia, sognatelo di sfilare in costume di fronte ai boscaioli che vivono qui…piuttosto ti chiudo in cantina.–
Mi divertivo a prenderli in giro e rivederli insieme a giocare come facevano una volta mi faceva bene.
-      E io che ti volevo toccare il culo davanti alla giuria…che peccato!- Sospirò teatralmente.
 Quel cretino non sarebbe cambiato mai e lo amavo per questo.
La sua allegria era un toccasana per chiunque gli vivesse accanto e mi pentii di averlo lasciato ai margini della mia vita per tutti quei mesi. Era la persona più positiva che conoscessi e mi resi conto di essere fortunato ad avere un fratello del genere.
-      Bene! Io muoio di fame e le ragazze hanno preparato il tavolo in veranda. Volete seguirmi? – Guardò uno e poi l’altra.
-      Solo un attimo ragazzi. Faccio un piccolo salto davanti allo specchio e arrivo. –
Il tono alla Greta Garbo.
Gettò i capelli in aria con  fare da diva e, girandosi, sculettò  vistosamente, fino a scomparire dietro alla porta del nostro bagno in camera. Scoppiammo a ridere come due idioti.
-      Rose ci raggiunge? – Gli chiesi una volta soli.
-      Non credo. Le ho parlato poco fa e mi ha detto che era molto stanca e si sarebbe riposata un po’. Ci raggiungerà più tardi. –
Non aggiunse altro, ma mi guardava incuriosito.
-      Ma ti piace Rose?- La domanda mi sorprese. Rimasi allibito.
-      No, ma sei scemo? Sono solo un po’ preoccupato per lei. L’ho vista strana oggi e mi chiedevo se tutta sta cosa non l’avesse disturbata. Non mi sembra molto contenta di essere qui. –
-      Non mi pare. Poi guarda che posto, chiunque sogna di fare una vacanza del genere. –
-      Certamente, ma per lei è lavoro e non vacanza. Forse preferiva rimanere vicina ad Emmet, il suo ragazzo e noi l’abbiamo portata lontano per tutta l’estate. – Jasper si fece serio.
-      Senti Edward, non siamo qui per giocare, questo lo so. Rose ha accettato l’offerta perché ha a cuore che tu ti rimetta del tutto. Sai quanto si è prodigata per questo e non intende mollare proprio adesso. –
-      So anche questo e le sono grato, ma oggi in macchina piangeva e non capisco perché. Mi dispiacerebbe esserne la causa, ecco tutto. –
-      Avrà avuto un po’ di malinconia, o forse era l’emozione di tornare a casa sua. Chi lo sa! Vedrai che le passa. E’ una donna forte e molto capace. Quando non avrai più bisogno di lei le voglio chiedere di lavorare per me. Ci sono molti pazienti che come te hanno bisogno di assistenza a domicilio e lei è davvero brava e molto qualificata. -
Pensare di non vedere più Rose in futuro, mi fece sentire strano. Allontanai quella sensazione spiacevole.
Tutto sarebbe cambiato.
Tutto… tranne il bene che le volevo.
-      Bene, ne sarà felice. – Chiusi il discorso sentendo Isabella arrivare.
-      Allora? Vado bene così? –
Girò su se stessa, facendo volteggiare la lunga gonna a ruota del vestito bianco che aveva indossato.
 Sbracciato all’americana e col colletto alzato, sembrava una ragazzina.
-      Sei bellissima tesoro. – E la baciai.
-      Quanti anni hai? Dodici? Edward sei un pedofilo. – Jasper non la smetteva di dire stronzate, ma tutta la sua allegria era una cura impagabile per entrambi.
-      Zio Jazz…prendimi! - E sculacciandolo Isabella gli passò in fianco fuggendo via.
Lui naturalmente non si fece pregare e la rincorse.
Li vidi litigare come due ragazzini sciocchi, picchiandosi l’un l’altro.
Mi sentivo davvero bene.

Felicità getto via la sua corazza e saltellò finalmente libera.
Speranza la prese sotto braccio e cantando ballò con lei.
Rimorso  le spiava,  nascosto dietro un muro di domande….

Avrei trovato delle risposte.
Tutto sarebbe andato bene.
Li raggiunsi,  unendomi alle risate.

lunedì 25 giugno 2012

capitolo 25


Capitolo 25 – Edward



 La scia del suo caldo profumo rimase imprigionata nella mia bocca, mentre vedevo apparire come un incantesimo le curve sensuali  del corpo nudo di Isabella.
Assaporai quel nettare leccandomi  le labbra e mi accesi.
Mi lasciai andare.
Era questo che mi avevano più volte chiesto di fare, lasciare che fosse il mio cuore a guidarmi e non la mia mente.
Ero convinto che l’uno senza l’altra fossero inutili, bisognava metterli d’accordo, conciliare la volontà di entrambi,  per raggiungere veramente ciò che si desiderava.
Dovetti trattenermi dal correrle appresso.
Ero troppo sconvolto dallo spettacolo che Isabella aveva improvvisato avviandosi nel corridoio senza dire una parola.
Quegli episodi velati di silenzi erano stati sempre anticamera di fantasiose follie…di nottate indimenticabili…
Le mani strette sulle ruote della mia sedia, assistevo a qualcosa per me di insostenibile.
La desideravo.
Era nella mia testa che veniva generata quell’irrefrenabile passione…e il mio corpo obbediva, senza che io facessi nulla.
La riconobbe e rispose al richiamo.
Desideravo sentirla, riconoscerla, farne parte.
Era una sensazione talmente forte da sentirmi male.
Continuavano a risuonarmi nella mente le parole di Jasper…quelle di Rose…e le stesse di Isabella , quando la notte mi sussurrava all’orecchio di fidarmi di lei.
Ora la volevo.
La volevo, al punto da dimenticare tutto il resto.
Ero giunto a dover prendere una decisione importante, tanto importante da determinare il mio futuro.
Sapevo esattamente dove volevo arrivare, ma il percorso per giungere a quel traguardo era un’incognita che non riuscivo a risolvere.
Eppure tutti mi dicevano che sarebbe stato semplice.
Bastava soltanto lasciare che tutto accadesse da sé.
Che permettessi a Isabella di avvicinarmi e di provarci.
Qualche metro, un solo breve tratto incontro a  quella dea della quale ero schiavo da sempre e avrei potuto trovare le mie risposte.
Varcando la soglia Isabella aveva lasciato la porta socchiusa alle sue spalle, quel tanto da poter scorgere quel che accadeva all’interno.
I suoni familiari dell’acqua scrosciante, il profumo inebriante del suo bagnoschiuma di Cartier, la luce calda e soffusa prodotta di piccoli punti luce distribuiti sapientemente in quella splendida stanza da bagno, mi incatenarono la mente…
Ero perdutamente suo, soltanto di questo ero certo.
L’ultima volta che vi avevo messo piede era stato qualche giorno prima dell’incidente, in seguito non mi ero avvicinato nemmeno per dare un’occhiata… perché lì, tra quelle mura rivestite di mosaico ambrato, avevamo fatto l’amore molte volte…e l’ultima era stata superba.
Quasi senza rendermene conto spinsi l’uscio e mi ritrovai all’interno, dove il vapore aveva creato in pochi minuti un’atmosfera ovattata e nebulosa.
Le luci colorate si espandevano in raggi evanescenti che fluttuavano e sembravano rincorrersi annodandosi l’un l’altro, sciogliendosi poi con un semplice soffio d’aria…
Isabella mi dava le spalle, mostrando le sue curve morbide, protetta dal limpido vetro della zona doccia.
Non si era accorta della mia presenza.
Si muoveva lentamente, accarezzando con la spugna le linee dolci del suo corpo dalla pelle chiara come  neve.
L’acqua, ricolma di bollicine ossigenate, scorreva leggera sulla sua pelle, disegnando scie di schiuma bianca che dopo pochi istanti si scioglievano scoppiettando e scomparendo…
Era ciò che di più bello avessi mai veduto.
In silenzio contemplai la mia donna, mentre il mio corpo reagiva spontaneamente agli stimoli di quella inconsapevole creatura che dava spettacolo di sé.
Distrattamente allungai la mano per cercare la maniglia della porta e incautamente la urtai, richiudendola di colpo.
Il forte rumore coprì la musica che, come in tutte le altre stanze della casa, disperdeva nell’aria amabili note e un quieto benessere.
Rimasi a fissare quel vetro trasparente dietro al quale vi scorsi gli occhi sorpresi e un po’ spaventati della donna che amavo.
Mi guardava stringendosi al petto la spugna, dalla quale colava lenta la candida schiuma spumeggiante.
Deglutii a fatica, mentre il respiro, a tratti, mi ingannava sparendo.
Le luci cambiarono colore con una lentezza esasperante, regalandomi un’immagine di lei ogni istante differente, quasi fossero istantanee dello stesso soggetto, scattate con filtri differenti…come se la mano di un artista valutasse lo stile da adottare per dipingere quel nudo di donna.
Uno spettacolo straordinario.
Mi avvicinai a quello schermo trasparente che ci divideva, mentre il sudore cominciava a colarmi sul volto assorbendosi sulla maglietta.
Avvertivo il lieve solletico di quello scorrere improvviso, mentre brividi di eccitazione si rincorrevano sul mio corpo come spilli dispettosi.
Era una sensazione dolorosa.
Il dolore più dolce che potessi desiderare.
Allungai una mano poggiando il palmo su quella superficie liscia, quasi volessi toccarla, temendo che Isabella svanisse come una bolla di sapone.
La musica incalzante aumentò di volume e sommerse la stanza allontanandomi dalla realtà e catapultandomi in quella dimensione dove tutto appare possibile.
Un  rosso corallo colorò l’aria, spesso  come carta di riso e accese le mie fantasie più nascoste…velandole dietro evanescenti nuvole di vapore.
Isabella fermò lo scroscio d’acqua con un battito di mani e facendo scorrere le porte trasparenti che ci dividevano, si avvicinò, rimanendo in piedi di fronte a me.
Leggevo nel suo sguardo mille domande.
Sperai leggesse nei miei le risposte che cercava...senza costringermi a dar loro voce.
Non sapevo se sarei stato in grado di farle comprendere quale tumulto interiore mi stesse travolgendo.
Volevo essere travolto…volevo lasciarmi vincere dal desiderio.
Volevo liberarmi da quel silenzio che ammanettava le mie emozioni…le volevo sentire…le volevo urlare…le volevo vivere.
Avevo bisogno di sentirmi un uomo completo.
Dovevo poter credere ancora di poterlo essere…
Chiusi gli occhi un istante e sentii la sedia sotto di me spostarsi.
Non li riaprii finché non si fermò.
Isabella mi aveva fatto entrare nell’ampio spazio che ospitava doccia e bagno turco…il nostro piccolo wellness privato.
Richiuse l’anta di vetro spesso e mi venne vicino.
Accanto a me c’era la chaise-longue sulla quale ci si stendeva per lasciarsi accarezzare dai vapori balsamici che uscivano dai piccoli fori alla parete…era in legno di sandalo e sprigionava quel lieve inconfondibile profumo che rilassava la mente.
Isabella era splendida.
La sua pelle brillava sotto i fasci di luce, coperta da mille gocce aggrappate al suo corpo come perle di cristallo.
Rimasi incantato… lo sguardo perso su quel tempio di bellezza.
Si chinò scorrendo le dita tra i miei capelli bagnati…scivolando poi sul mio viso, seguendone il profilo.
Bastò quel leggero tocco per farmi rabbrividire.
Afferrai delicatamente quella mano portandone il palmo alle labbra.
La baciai, leccando quel dolce sapore di lei e chiudendo gli occhi permisi a quel balsamo di soffocare quello amaro delle mie paure.
Lei era lì per me.
Lei mi desiderava.
Isabella non mi avrebbe mai abbandonato.
Potevo esserne certo?
In quel momento lo ero…ormai disarmato,  di fronte allo sguardo acceso di un’amore che credevo perduto.
Desideravo allontanare da me la sedia sulla quale giacevo, quel simbolo che mi impediva di dimenticare la mia condizione e con un movimento deciso mi sollevai sulle braccia, lasciandomi cadere lungo disteso sulla chaise longue accanto a me.
Isabella colse il mio intento come un invito e un istante dopo la mia sedia a rotelle non c’era più.
Tornò da me spogliandomi lentamente…la lasciai fare osservando ogni suo movimento.
Controllava i suoi gesti, contenendo quella foga che le era caratteristica in queste occasioni.
Lo faceva per me.
Le fui grato per questo.
La fretta avrebbe indubbiamente rischiato di rovinare tutto.
Non potevo sperare di darle subito quello che in passato aveva avuto da me, ma non negai a me stesso la possibilità che con amore…pazienza…e perseveranza…in futuro sarebbe potuto accadere ancora.
Dovevo crederlo.
Poco dopo mi ritrovai nudo a raccogliere tutte le energie che avevo per affrontare questa prova.
Mi concentrai su di lei.
Isabella sorrideva dolcemente, mentre le sue mani su di me si muovevano leggere e delicate, tessendo una spirale di sensazioni tattili che irrimediabilmente mi conducevano all’estasi.
Sinuosa e abile si muoveva intorno e sopra di me,  curandosi di non pesare sulle mie inutili gambe.
Il mio corpo non era tonico come un tempo e mi resi conto dell’aspetto scarno  delle mie gambe immobili,  abbandonate sulle doghe curve del lettino.
Isabella se ne accorse e mi costrinse a guardare lei negli occhi.
-         Edward lasciati andare…non devi fare nulla…penso io a te. - Una richiesta sussurrata sulle mie labbra che mi condusse docile ad obbedire.
Instancabili, le sue carezze mantenevano vivo il desiderio, ma mi accorsi che evitava accuratamente di scendere più in basso, dove  ciò che provavo… trovava forma.
L’eccitamento che provavo derivava più da uno stimolo visivo che non perché sentissi realmente le sue mani.
Le scosse impercettibili che avvertivo sulla pelle al di sotto della cinta mi facevano il solletico…e mi costrinsero a sorridere delle sue carezze.
Lei era seria…
Mi fissava negli occhi con una intensità da togliermi il fiato.
Era eccitata e stava controllando quel demonio che si impossessava di lei quando questo accadeva.
 Il suo respiro aumentò quando scendendo con la mano evitò      accuratamente di toccarmi.
Le costava notevole sforzo.
Mi odiai per questo, era colpa mia.
Non era giusto accadesse.
Era il momento di decidere…
Toccava a me farlo.
Le afferrai il polso con decisione.
Lei alzò gli occhi nei miei.
Le mie labbra fremettero.
Dio …come la volevo.
Appoggiai il palmo della sua mano sul mio petto, dopo averle baciato le dita.
Deglutii.
Era il momento…dovevo farlo.
Costrinsi la sua mano a scorrere su di me , scendendo lenta verso quel punto che aveva volutamente evitato.
Capì quello che stava per accadere e le sfuggì un gemito.
Dovevo farlo.
Lo dovevo fare per noi.
Dovevo provarci.
Le lasciai il polso e risposi annuendo ad un suo quesito silenzioso.
Il mio consenso la stupì.
Rimase immobile, sbarrando gli occhi.
-         Non fermarti… ti prego! – La implorai deciso. La voce roca…la gola secca.
-         Toccami Isabella! –
-         Edward… – Si morse le labbra…e con la punta delle dita gliele sfiorai impedendoglielo. Volevo quella bocca e accarezzandola vi lasciai scivolare dentro il pollice. Il calore della sua lingua bagnata fu come una sferzata…che mi eccitò oltremisura.
-         Fallo Isabella…Fallo ora…Toccami! –
Succhiò il mio dito scivolando le labbra lungo la sua lunghezza e sentirlo mi fece impazzire.
Cosa mi aveva trattenuto da tutto questo?
Quanto tempo avevo perso a piangermi addosso.
Ogni cosa di isabella mi era mancata tanto da stare male e ora più che mai me ne resi conto dandomi dell’idiota.
Le scostai i capelli dal viso, prendendole il volto tra le mani.
Era bellissimo leggere nei suoi occhi quella luce di passione.
La avvicinai sprofondando sulla sua bocca ancora aperta.
Era dolce e accogliente e le divorai la lingua regalandole poi la mia.
Giocare sulle sue labbra era un sogno.
Sentirle sulle mie…il Paradiso.
Mi scostai per guardarla e felice come non lo ero da tanto…sorrisi insieme a lei.
Mi stesi nuovamente appoggiando la schiena al lettino e la invitai con lo sguardo a riprendersi ciò che era sempre stato suo.
Abbassai gli occhi su quelle piccole dita, osservando come riprendessero confidenza con parti di me che avevo voluto dimenticare.
Avvertivo appena il suo tocco, ma obbediente il mio corpo rispondeva.
Rimasi incantato a guardare la scena.
Quasi ne fossi soltanto spettatore.
Era più facile far finta che non fossi io in quel corpo che Isabella stava toccando, lo rendeva ai miei occhi una cosa possibile.
Il mio membro crebbe senza che ne fossi consapevole, mentre un dolore sempre più intenso attanagliava i muscoli delle cosce.
Odiavo il fatto di riuscire a sentire solo il dolore, mentre perdevo completamente sensibilità se si trattava di trarre piacere.
Strinsi il labbro inferiore tra i denti e chiudendo gli occhi cercai di combattere quell’insidioso fastidio che cercava di distrarmi.
Riaprendoli vidi Isabella chinata su di me, immersa a godere di quello che il mio corpo aveva deciso di regalarci, mentre affogavo al pensiero che fosse davvero lei la donna lì con me.
Le sue mani, la sua bocca, tutto di lei mi portava a sentirmi completo  e nella confusione di passione, emozione e dolore, gridai gemendo, perso in sensazioni più forti di me.
Lei subito si interruppe e mi fissò preoccupata.
Sollevai il capo ansimando e la guardai a mia volta….e dopo un attimo di smarrimento scoppiai a ridere…tanto forte da apparire pazzo.
Mi vide sereno e rise a sua volta.
L’afferrai tirandola sopra di me e la strinsi forte, come non volessi separarmene mai più.
-         Sei un demonio amore mio – Le dissi divorandole la bocca.
-         Bentornato a casa Edward…- La sua voce era divertita.
Ne compresi subito dopo la ragione.
Con un abile movimento azionò in congegno che spruzzava nell’intero locale un getto freddissimo, nebulizzato al profumo di cedro.
Lo usavamo come tonico alla fine del bagno turco, ma in quel caso mi investì a sorpresa facendomi urlare.
Lei si sollevò in piedi ridendo a crepapelle ed io boccheggiante rimasi a guardarla a bocca spalancata…
-         Tu sei proprio pazza Isabella Swan. -
Ero felice di vederla così.
-         Certo amore mio…sono pazza di te. –
E si distese sopra di me coprendomi di baci.

                                                            ***

La notte rimanemmo abbracciati e riposai senza pensieri fino al mattino seguente.
Alle sei e trenta la sveglia ci riportò nel mondo reale e dopo meno di un’ora eravamo pronti per affrontare il viaggio.
Jasper si era offerto di accompagnarci fino alla villa,  per mostrarci i luoghi dove saremmo rimasti per l’intera estate e, per l’occasione, aveva voluto donarci  il Chrisler Grand Voyeger,  una delle auto che aveva preso per Alice e che lei si rifiutava di usare perché troppo ingombrante per i suoi spostamenti in città.
Era enorme e molto comodo e nella parte posteriore era attrezzata per le mie necessità.
-         Sei sicuro che Alice sia d’accordo? – Jasper sistemava le valigie nel suo ordine meticoloso, mentre Isabella torturava Eleonor con le ultime, superflue, raccomandazioni sulla casa.
-         Credimi. Non vedeva l’ora di liberarsene  e visto che in arrivo c’è la mia nuova fuoristrada avevo bisogno proprio di fare spazio nel garage. –
-         Quando torneremo a San Francisco la potrai riportare a casa. –
-         Non credo proprio, ne avrai bisogno tu per muoverti. Se ricordo bene l’ultima l’hai polverizzata. –
-         Già! Con me dentro. –
-         L’auto l’hai buttata, ma tu sei ancora qui fratello, quindi gambe in spalla e datti da fare. –
-         Possibile che devi sempre far dell’ironia per dirmi le cose? Non è divertente. –
-         Forse non lo è per te, ma io ci godo proprio. –
-         Quanto sei stronzo! –
-         Grazie…a volte lo dimentico. – E scoppiò a ridere senza freni.
Era bello partire insieme.
 Mi ricordava i vecchi tempi, quando da bambini litigavamo per chi dovesse salire davanti e chi dietro nella grande auto di famiglia e poi alla fine nostro padre ci costringeva entrambi a sedere dietro, uno accanto all’altro,  senza discussioni. Litigavamo per tutto il viaggio, ma eravamo inseparabili.
 Da ragazzi poi andavamo al lago con le moto e lungo la strada era una gara continua a chi teneva il comando.
Erano stati anni felici…e mi chiesi se tornare in quei luoghi pieni di ricordi avrebbe aiutato la mia causa.
Certamente male non poteva farmi.
Rose arrivò pochi minuti prima della partenza, accompagnata dal fidanzato, un ragazzone alto e possente che mi guardava con insistenza. Lei ci presentò, mentre lui scaricava la valigia di lei ponendola nel bagagliaio della nostra auto.
Quando mi porse la mano valutai la sua stretta…era decisa e calda e il sorriso che gli rivolsi lo addolcì immediatamente.
Pochi scambi di battute e compresi dal suo sorriso aperto e cordiale che doveva essere una brava persona. Ne fui felice per lei.
Isabella rimase tutto il tempo accanto a me, posandomi le mani sulle spalle.  Se Emmet avesse avuto qualche perplessità su di noi, il vederci insieme lo avrebbe di certo tranquillizzato.
Rose era silenziosa e si teneva in disparte, mentre osservavo il ragazzo del quale non mi aveva mai parlato.
Mi resi conto solo allora di quanto lei sapesse di me e di quanto poco invece io conoscessi della sua vita.
Indossava dei pantaloni leggeri color sabbia e una maglietta bianca in cotone a manica lunga. Un foulard anch’esso sabbia legato attorno al collo erano l’unico vezzo che si era permessa. Niente trucco , capello raccolto e lo sguardo nascosto da singolari occhiali da sole.
Erano in uno stile anni ’50, con il bordo allungato verso l’alto simile agli occhi di un gatto…e le stavano molto bene.
 Quando mi sembrò mi stesse guardando le sorrisi e lei sospirando si rilassò ricambiando il sorriso. Non volevo tensioni , nulla che potesse rovinare quel clima sereno che gli ultimi giorni mi avevano regalato.
Emmet abbracciò senza timidezza la sua bella ragazza sollevandola da terra e dopo qualche attimo di timidezza lei lo baciò sulle labbra e salì in auto con noi.
Isabella sembrò apprezzare il siparietto e si sedette accanto a me stringendomi la mano.
Eravamo pronti.
Salutai San Francisco dal Golden Gate…mentre  un  Sole, pallido e insonnolito, si aggrappava alle nuvole bianche e soffici per guadagnarsi il punto più alto nel cielo.
Quando raggiunse il suo apice il Lago Tahoe si profilò all’orizzonte.

Paura bussò forte alla mia porta…la ignorai e lasciai che si stancasse di farlo.
Speranza era l’unica invitata e ballando si prese gioco di lei.

Strinsi la mano di Isabella che guardava eccitata fuori dal finestrino, sentendo forte su di noi lo sguardo di Rose che per l’intero viaggio non aveva alzato mai gli occhi dal suo libro.
Mi voltai verso di lei…e  silenziosa… vidi che stava piangendo.