domenica 18 dicembre 2011

CAPITOLO 10

Cap 10 – Edward





La stanza era immersa nel buio.
Silenziosa e sordida come una bugia, riempiva gli spazi d’aria che respiravo intrecciandosi sinuosa intorno al mio corpo inutile.
Soffocavo.
L’unico flebile spiraglio di vita giungeva dalla finestra coperta di veli, dove
le luci della città gettavano bagliori… quasi volessero liberarmi, mentre ancora legato alla mia angoscia tremavo di rabbia per il fiume di inutili parole che c’eravamo sputati addosso.
Isabella…
Perchè doveva accadere tutto questo?!
Sentivo il vuoto inghiottirmi…inesorabile….disperato.
Perché non riuscivamo più a capirci…?!
Il gelo nella sua voce mi aveva colpito tanto forte da lasciare dolorosi lividi sulla mia anima.
Perché.
Non potevo credere che avesse detto realmente quelle cose… che anche solo pensasse che nascosto nei miei silenzi vi fosse il desiderio per un’altra donna.
Parole pesanti.
Ad infliggere colpe.
Lei.
Con che diritto si permetteva di fare allusioni su Rose…
Proprio lei…che affogava le sue paure gettando via il suo corpo..
A qualcuno ….a cui del suo corpo… non importava nulla ..
Perché...
Gemetti raccogliendo le braccia intorno al corpo.
Strinsi forte per proteggermi.
Un noi non poteva più esistere.
Non come lo avrebbe desiderato lei.
Non come lo avevamo sempre vissuto.
Non poteva più succedere.
Mai…
Quelle tre sillabe mi distrussero…
Mai…
Chiusi gli occhi cercando di impedire al flusso di pensieri insostenibili di divorarmi il cervello, ma le immagini continuavano a scorrere lente inesorabili e distruttive come un fiume di lava incandescente.
Sapere di non poterla più amare come un tempo era di per sé insostenibile , ma immaginarla tra le braccia di un altro uomo a fare del sesso era devastante.

La sua pelle sfiorata dalle sudice  mani di un altro..

Fotogrammi spezzati…a rincorrersi nella mia mente.

Insinuarsi lascive dentro ai suoi vestiti…
violare quella soffice carne che mi apparteneva…

Altra immagine…sovrapposta alla prima…senza un ordine.
Ricordi di noi….il corpo di un altro.

Il tocco della mia Isabella…
Delicate  dita che ancora sentivo sfiorarmi il viso…soffici e leggere…
che mi regalavano l’infinito…..
Giocare col profilo di uno sconosciuto…toccarlo…eccitarlo…

Il dolore penetrarmi a fondo…risoluto.

Le sue labbra schiudersi …umide di noi…mai sazie…su quelle di un altro.

Sbarrai gli occhi cercando di sfuggire all’impietosa sequenza…ma continuò ugualmente.

 Assaporarne il calore quando il suo corpo veniva… si lasciava cadere sopra di me….ansimando…stringendomi…nutrendomene.

Gettai indietro la testa.
Non riuscivo a respirare.

I suoi occhi velati dal desiderio…
perdersi nei miei fino a diventarne parte…
completandoci…
uno nell’altro…
divenendo una cosa sola.
Respiravo quell’armonia come se fosse accanto a me…
come se ancora potessi sentirla ed avessi la forza di amarla…di prenderla.
Le curve del suo seno perfetto…
Esposte ad occhi che non erano i miei…
Il gemito liberato della sua voce al culmine dell’orgasmo.

Lottai contro quel pensiero che si conficcava come una coltellata nella mia carne morta, ma come un assassino mi stava uccidendo …e mi arresi.
Urlai fuori di me tutto quel veleno che mi stava soffocando.
Liberai tutta l’aria che avevo in gola fino a sentir bruciare i polmoni privi di ossigeno…sbattendo forte i pugni chiusi su quella maledetta sedia simbolo della mia maledizione e poi …. poi …accadde.
Non mi ero reso conto di niente…ma era accaduto.
Si protrasse per un solo istante…d’istinto…ma sembrò durare ore.
Improvvisamente ammutolito guardavo il mio piede destro che senza lo avessi realmente voluto si era spostato dal sostegno posandosi a terra…
Lo guardavo soffocando la sorpresa dietro ad una frase sconnessa che mi uscì dalle bocca spalancata.
Non era possibile…
Parole indefinite...sconclusionate…niente che avesse un senso.
Rimasi imbambolato a fissare incredulo quello che ancora la mia mente si rifiutava di credere.
Si era mosso.
Il mio piede si era mosso.
Tremavo…allungando la mano per cercare di sollevarlo di nuovo.
Ma non sentivo nulla.
Immobile e senza vita mi apparve solo un’ingannevole illusione.
Eppure era lì…ed ero stato io.
Ansimavo perché spaventato…blateravo perché  incredulo, un susseguirsi di emozioni contrastanti che mi lasciarono alla fine come un’idiota di fronte al miracolo.
Non potevo credere fosse accaduto davvero.
Volevo urlare…poi mi resi conto che lo avevo già fatto e questo pensiero mi fece sentire ridicolo al punto di scoppiare a ridere.
Risi forte…quasi con le lacrime agli occhi…mi sentivo come un pazzo nella sua cella di restrizione, ma non mi fregava niente.
Ero vivo…
Anche se era stato solo per un istante…io ero vivo.
Ruotai la sedia dopo aver riposto la gamba sul sostegno e accesi la luce per sincerarmi di non aver sognato.
Lasciai trascorrere qualche minuto per pensare…ma i pensieri correvano tanto veloci da non riuscire a metterli uno in fila all’altro.
Portai le mani al volto…
Mio Dio…ero vivo.
Improvvisamente tutto intorno mi parve differente, come se quelle pareti, prima soffocanti, si fossero ora ampliate e l’aria polverosa profumasse di buono.
Non riuscivo a trattenere le emozioni che si affacciavano sul mio viso accavallandosi l’una all’altra senza un ordine preciso.
Dovevo dirlo a qualcuno.
Isabella…
Avevo voglia di correre da lei per dirle che forse non era finita…che una possibilità che tornassi com’ero un tempo forse esisteva…ma quel forse mise la parola fine a tutti i miei entusiasmi.
Non potevo farlo.
Rinchiusi nel mio cuore quell’incauto desiderio, permettendo alla speranza di crescere in me come un germoglio.
Non volevo illudermi …ma soprattutto… illudere Isabella.
Raccolsi tutto il mio coraggio e lasciai la stanza con l’intento di raggiungere il mio cellulare che sapevo riposto nel cassetto del mobile accanto al letto.
 Non lo prendevo in mano da mesi, ma Rose lo usava per comunicare col mio medico…Jasper Cullen, mio fratello.
L’ironia della sorte aveva fatto si che il medico più rinomato nel campo della Traumatologia  neurologica e spinale fosse anche membro della mia famiglia.
Questo mi aveva portato grandi vantaggi.
Jasper  era affiancato da un’ equipe di medici altamente qualificata che collaborando avevano dato vita ad uno dei più importanti centri d’America per il recupero di pazienti affetti da patologie molto gravi simili o anche peggiori della mia.
Non perdeva occasione per insultarmi sul fatto che il peggiore paziente che avesse mai avuto ero proprio io che a suo parere rifiutavo di collaborare come avrei dovuto.
Doveva sapere.
Mi affacciai al corridoio controllando che Isabella non ci fosse e feci scorrere le ruote fino alla porta della camera.
Il telefono era dove doveva essere e lo impugnai accendendolo e controllando fosse carico. Il display si illuminò e cercai il numero di Jasper.
Stavo per inviare la chiamata quando mi resi conto che in casa c’era troppo silenzio…nessun rumore…nulla.
Lo scontro tra noi doveva aver lasciato il segno anche su mia moglie…e mi sentii in colpa, come se improvvisamente mi sentissi io la causa di tutti i suoi problemi…e forse…era proprio così.
Mi avvicinai alla porta della cucina.
Tutto era come lo avevo lasciato...ogni cosa ancora sul tavolo apparecchiato.
Isabella non c’era.
La camera era vuota.
Il bagno aperto…le luci spente.
Solo il caminetto continuava a diffondere luce nel salone, accarezzando le pareti candide con i suoi bagliori dorati.
Mi misi in allarme.
Era scappata da me…
Girai in fretta la sedia diretto verso l’armadio guardaroba dove teneva le sue cose e spalancai quell’anta scorrevole convinto di non trovare quello che stavo cercando.
L’interno si illuminò alla fine della sua corsa e sul primo ripiano vidi il casco…riposto con cura….al solito posto.
Abbassai lo sguardo lasciando che l’ansia si dileguasse.
Non era andata da lui...
Sospirai di sollievo.
Considerai che fosse uscita per pensare…e per lasciarmi solo.
Mi conosceva bene…ed io per questo l’amavo ancora di più.
Dovevo lasciarle il tempo di perdonarmi...
e di perdonare se stessa...e a me di perdonare lei.
Sconfitto, ma colmo di speranza tornai nella mia stanza.
Quell'uomo doveva sparire dalla sua vita per sempre...
Chiusi la porta, afferrai il cellulare ….e premetti il pulsante di invio…

giovedì 15 dicembre 2011

CAPITOLO 9

Cap 9 – Rosalie




La Sole calava velocemente nascondendosi  a tratti dietro a nuvole spesse, liberando lunghi fasci di luce che giocavano col vento ad accarezzare le acque calme della baia. Assistetti silenziosa mentre affogava all’orizzonte.
Era una vista spettacolare e ogni giorno uscendo da quel palazzo in collina rimanevo incantata ad osservare come cambiasse d’aspetto col volgere delle stagioni. Come un acquerello ogni volta ridipinto da artisti differenti.
La Luna era già apparsa all’altro capo del cielo e rimasi lì, seduta sulla panchina del parco, ad assistere al loro cambio di guardia.
Mi ero conservata qualche minuto per pensare, prima che Emmet venisse a riportarmi nel mio mondo reale.
Pochi minuti per lasciarmi alle spalle tutto quello che avevo visto e vissuto in quei due lunghi giorni.
Sollevai la testa al passaggio di un paio di gabbiani diretti a sud, lasciandomi cullare dal lento rollio delle loro ali stese al vento.
Ne seguii il volo finchè scomparvero all’orizzonte.
Era tutto così diverso…così inquietante.
Sospirai rincorrendo i pensieri.
Ricordavo bene il giorno in cui Edward Cullen era arrivato all’ospedale.
In corsia non si parlava d’altro.
Lo “scrittore delle donne” lo chiamavano.
I romantici libri a sfondo erotico che aveva pubblicato negli ultimi tre anni sembrava fossero sul comodino di ogni donna americana ed ognuna di loro sembrava non potesse viverne senza.
Le sue storie avevano salvato matrimoni ed altri li aveva distrutti, ma comunque fosse, le sue parole arrivavano dritte al cuore e, chi le leggeva, ne rimaneva irrimediabilmente coinvolto.
La stessa sorte era capitata a me.
Un’amica, con la quale all’epoca dividevo la stanza, li aveva collezionati e uno ad uno me li aveva poi passati perché –diceva lei – imparassi qualcosa.
Quasi per gioco ne avevo sfogliate alcune pagine…scoprendo poi di non riuscire a fermarmi fino all’ultima riga.
Edward Cullen.
Quanto avevo fantasticato su quel nome.
Mille versioni differenti di uomo che prendevano forma a seconda di come apparissero i suoi numerosi personaggi.
Sorrisi tra me ripensando a quanto fosse lontana dalla realtà l’idea che mi ero fatta di lui, immaginandolo un donnaiolo sempre ubriaco…un casanova che si attorniava di  prostitute d’alto borgo…un dongiovanni insomma.
E invece.
Quanto mi ero sbagliata.
Quando riconobbi, in quell’uomo mal capitato, l’autore delle mie storie preferite, ne rimasi affascinata.
Non avevo mai visto la sua foto, i libri non la riportavano e quindi fui sorpresa di scoprire quanto fosse giovane e….maledettamente attraente.
Non fu quel dettaglio che mi indusse a prendermi cura di lui personalmente, ma piuttosto ciò che lessi in fondo a quegli occhi splendidi velati di tristezza.
Un dolore sordo…che faticava egli stesso a sostenere e che giorno dopo giorno gli impediva di riprendersi la sua vita.
Nel tempo ero riuscita a penetrare l’armatura che aveva indossato per difendersi…o per nascondersi… e ogni sorriso rubato era per me una conquista.
Sapevo quanto i medici avessero riferito alla moglie, sulle possibilità di ripresa di Edward ed ero altrettanto consapevole del fatto che rimanere solo con quella donna, non gli avrebbe minimamente giovato.
La scelta di assistere privatamente una sola persona e di dedicarmi completamente ad essa mi aveva cambiato radicalmente le abitudini, ma nel momento in cui avevo deciso di farlo mi era parsa l’idea migliore.
Per lui…ma anche per me stessa.
Lavoravo all’ospedale da un paio d’anni quando Edward era arrivato ferito e privo di conoscenza.
Quando l’ambulanza lo aveva scaricato al pronto soccorso era irriconoscibile. Le prime cure avevano tolto dal suo corpo martoriato le tracce del tragico incidente, rivelando quel volto bellissimo.
Mi aveva subito conquistata.
Era impossibile non accadesse.
L’uomo più bello che avessi mai visto nella mia vita.
Mai avrei pensato che le cose sarebbero arrivate a diventare così com’erano ora.
Assistere allo sfacelo di un rapporto così intenso come quello tra Edward e la moglie era straziante, soprattutto considerando che sarebbe stato proprio grazie allo sforzo di entrambi che Edward sarebbe potuto guarire.
Insisteva a credere di essere un uomo finito, mentre in realtà a finirlo era la sfiducia e la paura di non riuscirvi.
In sei mesi ero riuscita a rimetterlo fisicamente a posto.
Mi ero prodigata con terapie fisiche e psicologiche, quasi avessi intrapreso una crociata, ma non aveva ancora portato a niente.
Non aveva nulla, tranne la paura immensa di deludere quella donna.
Isabella.
Non tolleravo il suo modo di vivere.
Assistevo impotente a quelle patetiche scene in cui si fingeva una buona moglie, per poi sparire nella notte abbandonandolo…solo…ad affogare le sue angosce nell’alcol.
Era fredda come il ghiaccio.
Incapace di amare.
Mentre lui.
Edward.
Traboccava di sentimento anche quando se ne stava silenzioso nel suo angolo alla finestra…perso con lo sguardo in chissà quali lontani paesaggi… occupando la mente per evitarsi di vedere la propria realtà.
Questa cosa doveva cambiare.
Volevo tornasse a vivere e ….a scrivere.
Poco prima mi aveva scioccata con i suoi discorsi.
Farmi credere di essersi eccitato a causa mia mi sembrava l’ennesima richiesta di attenzione e di aiuto…velata da situazioni che conosceva bene. Nessuno meglio di lui sapeva creare situazioni del genere.
Era il suo lavoro.
Conoscevo il suo corpo a memoria.
L’avevo accudito per mesi.
Quel pomeriggio però mi era sembrato diverso.
Avevo un uomo davanti e non solo un paziente.
Quello sguardo…la sua mano…quei sospiri.
Vedere quel volto, abitualmente calmo e così familiare, trasformarsi sotto il tocco delle mie dita…mi aveva…
Era stato solo un attimo…ma….
No.
Non volevo nemmeno pensarci.
Feci cadere quelle sciocche perplessità dal volo pindarico che avevano intrapreso e vedendo arrivare l’auto di Emmet mi alzai dalla panchina sistemandomi il cappotto.
Sentivo calore dentro al corpo…e accorgendomene me ne vergognai.
Sollevai la mano salutando quell’uomo meraviglioso che riempiva la mia vita, mentre nell’altra conservavo ancora il profumo delle mie fantasie.
Era tutto a posto.
Potevo farcela…

mercoledì 14 dicembre 2011

CAPITOLO 8

Cap 8 – Isabella




Cap 8 – Isabella


Cercavo di visualizzare il mio obiettivo, così come facevo quando affrontavo le difficoltà nel mio lavoro, ma il dolore al petto, dovuto all’ansia per l’inattesa sorpresa, mi impediva di metterlo bene a fuoco e i contorni  appannavano.
 Nascosi quella sensazione di caduta libera dietro ad un sorriso stirato che per quanto mi sforzassi di rendere naturale era più simile ad una smorfia. Edward mi seguì fino al tavolo della cucina. 
 Senza troppo entusiasmo si mise al suo posto. 
Il volto era una maschera inespressiva e gli occhi tenuti bassi non mi davano modo di capire quale fosse il suo reale umore in quel momento. Conoscevo a memoria ogni più piccola pagliuzza dorata del suo sguardo di mare assolato e ne sapevo leggere le profondità più limpide e nascoste, come se a parlare quella lingua fossi soltanto io.
Ma non succedeva ormai da tempo.
 Edward non me ne dava la possibilità.
 Lontano anni luce da me, sembrava ignorare quanto io soffrissi ed era proprio questa sua freddezza che più profondamente mi feriva.
 L’immagine di Rosalie faticava a lasciare la stanza. 
Come una presenza in carne ed ossa rimaneva ferma in piedi tra noi a collassare ogni nostra risorsa, impedendoci di ritrovare quell’attimo di armonia che c’era stato poco prima nel salone.
Ancora tremavo per quell’apparizione improvvisa…inaspettata.
Ero divorata dalla gelosia.
 Sapevo quanto la mia fosse soltanto una folle e spietata vendetta, dettata da un doloroso incubo di cui entrambi non avevano colpa, ma in me si era risvegliato un qualcosa che mi faceva pensare di non essermi sbagliata e che se tenevo a riavere Edward non dovevo sottovalutare. 
Le ero grata per quello che aveva saputo fare per lui, ma il mio sesto senso era vibrato e il mio cervello continuava ad elaborare quel sentore come pericolo. 
Edward era la mia vita e non le avrei permesso di rubarmene nemmeno una piccola parte. 
Ogni cosa di lui era immensamente preziosa per me.
-      Hai fame? – Mi spostavo dal piano della cucina al tavolo con ciotole e piatti già predisposti. Sapevo che vedermi girare intorno lo infastidiva. Quando cenavamo voleva che rimanessi seduta con lui…e così feci, come un tempo. Tutto avrei fatto pur di donarci un attimo di normalità.
-      Un po’. –
 Sollevò lo sguardo un  istante, quel tanto che mi permise di morirci dentro. 
La luce dei suoi occhi mi mancava come l’aria e dovermene privare significava soffocare.
-      Ho preso la carne dal macellaio pazzo, te lo ricordi? –
Sorrisi cercando un varco in quello spesso muro tra noi.
 Lui era bellissimo nel suo pullover nero.
I capelli scomposti e ancora umidi. 
Il profumo di lui che mi ubriacava più del vino che stavo sorseggiavo distrattamente. 
Rimasi rapita dai dettagli di lui che amavo.
Gli inconsapevoli gesti che faceva senza volere.
Che conoscevo a memoria. 
Il sapore dolce di quel momento mi appagò di tanta attesa.
-      Si, me lo ricordo. – 
Accennò una sorta di sorriso pure lui e incalzai.
-      Oggi il negozio era affollato e allora sai che ha fatto? Sulla porta ha affisso un foglio di carta grezza con su scritto “Non c’è più posto”. Chi provava ad entrare lui lo cacciava col coltello in mano. – 
Con notevole impegno mi sforzavo di essere frivola e leggera, di spezzare quella tensione palpabile che ci impediva di comunicare e seppure a fatica la cosa a frangenti sembrava funzionare.
-      E’ …davvero pazzo. – 
Mi accorsi di quanto gli costasse rivolgersi a me,
di come faticasse ad aprire una breccia in quella spessa corteccia che lo avvolgeva. Apprezzai quel piccolo sforzo, sentendomene lusingata.
-      Tornando sono passata per il parco e sembra che stiano allestendo il gazebo per il concerto di primavera. Come l’anno scorso. – 
L’allusione all’anno precedente e alla nostra dolcissima fuga notturna che ci aveva portati proprio a quel concerto sembrò addolcirlo. 
Misi da parte gli indugi e tentai la sorte tra un boccone e l’altro, gettando come se fosse nulla un’idea che mi era appena balenata. 
Gli versai del vino rosso nel calice di cristallo.
-      Ti piacerebbe che ci andassimo insieme? Tu ed io? Lo vorrei tanto. –
Mi guardò come non faceva da tempo, inclinando la testa in quel modo tutto suo, mentre tra le labbra appena schiuse si profilava quel sorriso candido che mi rapiva ogni volta che lo vedevo sorgere. 
Era dolcissimo e rimasi dolorosamente a guardarlo, mentre decideva se dare un’opportunità o meno a questa mia richiesta inaspettata.
Deglutì trattenendo le parole e a disagio cercò un diversivo passandosi le lunghe dita tra i capelli.
L’indecisione era un palliativo per non dover parlare. 
Farlo con me era diventato un doloroso ostacolo, difficile da superare. Sembrò quasi che stesse cedendo alle mie richieste….volli tentare la sorte.
Allungai la mano scivolando sulla candida tovaglia, avvicinando quelle dita che desideravo tra le mie come un premio.
Non mi ero mai sentita così insicura come in quel momento, ma il pensiero di poter di nuovo sentire la sua pelle sulla mia, quel calore familiare, quel velluto caldo che sapeva avvolgermi e farmi volare…mi diede il coraggio.
-        Edward, ti prego! – 
La mia voce era cambiata…soffocata dalla paura che mi rifiutasse. Imploravo la sua attenzione…e tra un respiro e l’altro cercavo di affrontare il verdetto.
-      Potremmo cenare in quel localino accanto alla fontana, dove abbiamo fatto amicizia con quel cameriere italiano che ci ha regalato la bottiglia di vino, ricordi?- 
Liberavo quelle parole incastrate tra i denti, incespicando di quando in quando come se fossero scalini sconnessi. Ad ogni sillaba il suo volto cambiava…e mi persi, annaspando nel tentativo di vederlo cedere.
Afferrai la sua mano accarezzandola con l’altra…rimase passivo.
Subiva in silenzio.
Un vortice di espressioni contrastanti gli si lessero in viso ed io credetti di affogare quando nervosamente si mise a ridere, senza gioia…freddo. Una risata falsa, soffocata poi in un sospiro profondo.
-      Non credo sia una buona idea. – disse.
-      Perché? – 
Calcai la domanda, esigendo una risposta subito. 
Quella vera e non quella che il suo orgoglio ferito gli suggeriva.
- Hai bisogno di uscire di qui Edward, di tornare là fuori. –
 Lo tenevo stretto, mentre le sue dita si irrigidivano ogni istante di più. Dovevo dire tutto quello che tenevo dentro da mesi e che altrimenti, persa l’occasione, avrei trascinato per la vita.
- Ho bisogno di te Edward, non ce la faccio più ad andare avanti in questo modo. I tuoi silenzi mi distruggono e tenermi a distanza non gioverà a te….e neppure a noi. Sono passati ormai più di sei mesi ed è arrivato il momento di affrontare tutto questo come se fosse passato, soltanto passato. Voglio aiutarti Edward, lo voglio veramente…non puoi nemmeno immaginare quanto. Dammi l’opportunità di starti accanto, fallo per me se non vuoi farlo per noi…ti prego. – 
I lineamenti si indurirono e tolse la mano dalla mia presa come se improvvisamente gli desse fastidio il mio tocco.
Il mutamento fu repentino a tal punto che faticai a capacitarmene.
-                  ---    Niente sarà come prima… -
Stringeva i denti e le mascelle vibravano per lo sforzo.
-        ----- Non è vero Edward, io sono sempre io e tu sei tu…io ti amo e voglio potertelo dimostrare. Lasciati amare ti scongiuro..dammi una possibilità. -
Cedette con la testa in avanti stringendo gli occhi ..le labbra una fessura amara. Si voltò per non guardarmi. 
Combatteva chiuso in se stesso quello che mente e cuore volevano separatamente per sé, ma nessuno ne usciva vincitore e la lotta lo sfiniva. Assistevo impotente a quel disastro, cercando affannosamente di salvarlo, ma lente ed inesorabili vidi disfarsi tutte le mie speranze come nuvole al vento e presa da rabbia volli giocarmi anche un ultima carta.
-      Forse è proprio questo che  vuoi. Stare lontano da me. Per poter stare con lei. –
Sussurravo… scrutando se da quelle rigide spalle provenisse un segno di cedimento. Mi accorsi di tremare, mentre il cuore pulsava come un martello nella mia testa.
 Nulla.
Immobile.
Tutto intorno mi sembrò crollare.
Rividi le loro mani unite.
I sorrisi che le rivolgeva ogni giorno…in privato, nel loro isolato mondo dal quale mi avevano esclusa come una nemica.
Immaginai le mani di lei toccarlo.
Prendere quello che era mio di diritto.
Ogni pensiero mi portava lì…nell’incubo maledetto.
Le mani di lui sul suo seno pieno e generoso..
Quelle di lei sul suo membro eccitato.
Realtà e incubo cominciarono a mescolarsi uno con l’altra nel film che scorreva nella mia mente accecata ed elaborai una tale rabbia da sentirmi quasi esplodere.
Urlai senza più freni, sentendo ancora nelle orecchie le risate di loro due su quella spiaggia.
- Rispondimi maledizione. Ho il diritto di sapere se quella donna ora sia più importante di me. –
Si girò improvvisamente, aggrappato con le mani alla sedia come se faticasse a trattenerle. 
La linea dura delle sue labbra e di tutto il volto mi spaventarono al punto di ridurmi al silenzio.
Indietreggiai di qualche passo.
 Negli occhi una sofferenza talmente grande da ferire anche me.
 Ero andata troppo oltre…ma era troppo tardi.
-       Tu non hai nessun diritto di insultare Rose…Tu, proprio tu che… –
Soffocava le urla trattenendole in gola.
Rimasi in silenzio, mentre quelle parole non dette …lente si incendiavano,  conficcate nel mio cuore come carboni ardenti.
Ero immobile…le mani sul viso a proteggermi da tutto quell’odio…senza riuscire a difendermi…sentendo il peso di un’oscura colpa che mi si era incollata addosso e che non riuscivo più a togliere.
Lui sapeva…
Lui mi odiava.
Io mi odiavo…
L’ombra di quel dubbio atroce calò sulla stanza imbrattandomi di vergogna.
Un doloroso sospiro …e poi nulla…
Spinse lontano da me ogni speranza poco prima riposta… allontanandosi in fretta…senza aggiungere altro.
Il cigolio di quelle ruote mi macinarono  il cuore …
Avevo perso….

lunedì 12 dicembre 2011

CAPITOLO 7

Cap 7 - Edward


Eleonor parlava a voce troppo bassa perché la potessi sentire, ma da come si muoveva compresi che al telefono stava parlando con Isabella.
Aveva un sacro timore di lei e ogni volta che le si rivolgeva, tormentava le dita una con l’altra.
Rimasi a osservarla mentre riagganciava, toglieva il grembiule e riassettava velocemente la cucina.
Spruzzò nell’aria un balsamo per la casa e guardandosi intorno si convinse che fosse tutto a posto.
Un rituale quotidiano il suo, al quale assistevo involontariamente dal mio posto davanti alla finestra…sempre uguale e di solito puntuale come un orologio.
La vidi venire verso di me.
-       Signore, sua moglie ha chiamato per dire che si occuperà personalmente della cena e mi ha quindi lasciato la serata libera. Se non ha bisogno di me io andrei. – Stava sempre in atteggiamento servile.
Era insopportabile vedere quanta poca stima avesse di sé.
-       Vada pure Eleonor. Grazie per avermelo chiesto. –
Mi sorrise e se ne andò.
Erano le cinque del pomeriggio e Rosalie dal momento in cui mi aveva lasciato solo nello studio non l’avevo più vista.
Conoscevo la sua discrezione e aspettare che fosse lei a cercarmi sarebbe stato  inutile.
Fuori dal grande vetro il tramonto stava stendendo il suo velo rosato e la baia accoglieva le ombre stringendole a sé come una coperta.
Isabella…
La malinconia tornò a stringermi come una camicia di forza.
Una serata noi due soli.
A cosa sarebbe servito.
La paura mi impediva di pensare a lei lucidamente.
Io non volevo pensare a lei.
Farlo mi distruggeva…
Anche se…
Allontanai quel pensiero scomodo come se scottasse…
Feci scorrere la sedia fino alla piccola palestra e dalla fessura della porta appena schiusa, vidi Rosalie intenta a rimettere tutto a posto.
Era lei che si occupava di quella preziosa stanza…a nessuno era permesso entrarvi o mettere mano agli attrezzi.
Tutto era supervisionato da lei, compresa l’igiene delle sofisticate attrezzature.
Sbirciai e rimasi a osservarla in silenzio.
Farlo mi faceva bene.
Era il mio alibi, per impegnare la mente altrove.
Chinata in avanti,  passava lo straccio con il disinfettante sulla panca usata per gli esercizi quotidiani.
Un ginocchio appoggiato dove solitamente ero steso io..
La mano sinistra manteneva in equilibrio il resto del corpo che seguiva il movimento ondeggiando armonioso.
Non poteva vedermi, ma io si.
Era nuovamente senza il camice e indossava ancora quell’abito di lana grigio che metteva in mostra le sue morbide curve.
Mi resi conto che era lì in casa mia da quasi due giorni.
Un pensiero piacevole. Rassicurante.
L’aveva sollevato un po’ suo fianchi per potersi muovere meglio e le gambe, coperte dalla sottile rete delle calze ambrate, sembravano disegnate da un artista.
Indubbiamente era bellissima.
Diafana.
Eterea.
Una statua di venere.
Dal mattino ero ossessionato da quella sensazione che avevo provato guardandola…
Nuova e antica allo stesso tempo.
Quell’audacia che muoveva il mondo e che credevo di non poter provare più.
Il pensiero mi ridiede quel brivido.
Volevo capire.
Volevo risentirlo per poter credere fosse accaduto davvero.
Solo per un momento.
Sospirai senza accorgermene e lei si voltò verso la porta.
Si sollevò sistemandosi velocemente e venne ad aprire.
-       Edward! Non sapevo fosse pronto per la terapia. Poteva dirmi che era qui fuori. La stavo aspettando. –
Disinvolta e professionale, come soltanto lei sapeva essere mi accolse spingendo la sedia dietro di me.
-       Non le farò fare i soliti esercizi…credo che oggi si sia già affaticato abbastanza. –
-       Stanco di cosa? Rose non faccio nulla da mesi. Lo sai che è tutto inutile-
Si muoveva fluida nella stanza, stendendo il telo di spugna sopra il lettino dei massaggi.
 Movimenti esperti che ripeteva ogni giorno, sempre uguali.
 La osservavo…lei se ne accorse e mi fissò.
-       Se solo si decidesse a collaborare….forse non sarebbe tutto inutile, non crede?-
-       Quando ti deciderai a smettere di essere così formale…praticamente viviamo insieme dalla mattina alla sera. –
-       Sono la sua infermiera e...-
-       Andiamo! Sei l’unica amica che ho Rosalie….ti prego, smettila. –
Sorpresa dalle mie parole si sentì in imbarazzo.
Abbassò gli occhi lisciandosi il vestito…per poi indossare nuovamente la sua maschera di serietà. Si sistemò una ciocca immaginaria dietro l’orecchio.
-       L’aiuto a stendersi. –
-       Rose…ti prego! – Un lieve sorriso di scuse.
-       Ok…ti do una mano…va bene così?-
-       Ecco…meglio!!!-
Si avvicinò chinandosi per afferrarmi le braccia ed io rimasi immobile…a fissarla ad un palmo dal mio viso.
Rimanemmo per qualche istante a guardarci.
Forse potevo dirglielo…
Lei avrebbe capito.
Lei mi avrebbe aiutato.
Soltanto lei poteva farlo.
Azzardai….aggrappandomi alla flebile speranza che comprendesse.
-       Ho bisogno di confidarti una cosa. –
Sorpresa, sorrise e si piegò sulle ginocchia rimanendo accucciata di fronte a me.
Le sue mani sopra le mie.
-       Che cosa c’è? –
Il disagio mi colse e non trovavo le parole.
Balbettai qualche sillaba senza senso.
Non era da me essere così idiota.
Ero sempre stato bravo con le parole…ma ora…
Mi feci coraggio e lo dissi tutto d’un fiato.
-       Qualcosa è cambiato Rose. Non chiedermi come sia successo, ma…-
-       Hai ritrovato la sensibilità? –
-       Non è proprio così, ma.. -
-       Qualche movimento involontario…crampi?-
-       Non lo so cosa sia stato, ma stamane mi è parso di risentire le mie gambe…e …qualcos’altro. –
-       Ma è splendido…vedi…non è stato tutto inutile allora. – Una nota di stupore e proseguì.
-       Cosa intendi per qualcos’altro? –
-       E’ questo il punto… – Esitai.
Non glielo potevo dire a quel modo. Non avrebbe capito.
-       Sai bene quale sia l’altro mio problema…e….-
La vidi sollevarsi e voltarsi lenta verso il muro dietro di sé, le braccia incrociate davanti. Si era chiusa.
-       Non saprei a chi altri dirlo…scusami. – Vacillò solo per un attimo.
-       Ha ragione, mi perdoni. -  Capiva. Di nuovo mi guardava.
-       Ti prego Rose… -
-       Ok…ti chiedo scusa. Puoi dirmi tutto quello che ti succede. Sono qui per questo, per aiutarti a risolvere questo tuo blocco…quindi forza. Finisci quello che stavi dicendo. –
Non comprendevo se parlasse sul serio o meno, ma la mia occasione era quella…e la colsi.
-       Mi sono eccitato guardandoti…non lo so il perché, ma è successo. –
-       In che senso? –
-       Ohh…è stata solo una sensazione…niente di più…ma è la prima volta che mi capita dopo l’incidente e non ci volevo credere….ancora non ci credo. Ho paura di essermi solamente illuso.-
Deglutì a fatica cercando di mantenere l’espressione professionale di prima, ma la cosa l’aveva in qualche modo turbata e glielo si leggeva in faccia.
-       E’ un passo avanti. Staremo a vedere che succede. Intanto è giusto continuare con la terapia che il Dottor Hale ti ha prescritto. A quanto pare funziona. –  Una risata nervosa svelò il turbamento.
Glielo concessi.
Era una brava ragazza.
-       Spero non sia dipeso da me. Non vorrei che pensassi che io stia cercando di…- La interruppi subito.
-       Lo so. Rose… non dubitare di questo. –
-       Bene! – Un sospiro a concludere la discussione.
Il passo era fatto. Non volli andare oltre.
-       Ora stenditi. Un breve massaggio di favorirà la circolazione. –
Mi allungai supino sul lettino.
Mi sfilò i pantaloni…come sempre.
Non sentivo nulla.
Tutto quel discorso fatto ora mi sembrava assurdo.
Ridicolo.
Ma cosa pensavo di fare?
Probabilmente stava ridendo di me, ma era troppo corretta per darmelo ad intendere.
Chiusi gli occhi.
Avvertivo il movimento calmo delle sue mani che scorrevano leggere ed esperte sulla mia pelle,  senza effettivamente  sentirle.
Era come un lento sciabordio che mi cullava rilassandomi.
Il profumo dell’olio che lasciava colare sulle mie gambe inerti mi raggiunse facendomi sospirare.
Era familiare.
Piacevole.
Lentamente le sue mani proseguirono verso il bacino, concentrandosi sugli addominali.
Continuavo a tenere gli occhi chiusi….godendomi finalmente quel tocco leggero, ma profondo.
Quelle carezze mi fecero volare i pensieri altrove…in un posto lontano.

Isabella era nuda su quella spiaggia deserta…
Io con lei…
Il sole accecava…
Solo noi due…
Soltanto le sue mani curiose a graffiare la mia pelle…
A cercarmi..
A farmi impazzire…
Eccitato fino a scoppiare.
L’avevo presa con la forza…come piaceva a lei.
L’avevo fatta godere…come piaceva a me.
Non mi aveva dato pace…
Non le avevo dato respiro…
E ancora…
Ancora….
Ancora…

Mi ridestai da quel ricordo spalancando gli occhi.
Le afferrai il polso stringendo.
Negli occhi una tacita richiesta.
Volevo mi toccasse.
Stavo ansimando…e non me n’ero reso conto.
Lei aveva il volto arrossato…lo nascose girandosi.
-       Per oggi può bastare. – La sua voce troppo bassa. La schiarì con un colpo di tosse.
-       Rose…- Un sussurro il mio. – Non volevo…io…-
Il cellulare nella sua borsa cominciò a trillare forte…facendola sussultare.
Frugò sul fondo rovistando.
Rispose.
-       Ciao Emmet..Si tutto bene, sono stata trattenuta stanotte…No niente di grave, ma ho preferito essere qui quando si svegliava...Certo. Stasera?..MMMmmm perfetto. Ti aspetto alle sette e trenta, qui sotto ok?. Allora…Ciao…si!... Ti amo anch’io. - 
Non potevo vederla in faccia.
Mi sentivo colpevole per quello che era appena accaduto.
Cercai di scendere, lasciando cadere le gambe per potermi muovere meglio da seduto…lei mi raggiunse premurosa.
-       Stai attento…- Mi prese le mani…poi le lasciò andare in fretta.
Toccarmi non le veniva più così naturale.
Avevo rovinato tutto.
Cercai di rimediare.
-       Scusami Rose…- Mi resi conto della follia.
Non disse nulla.
Mi aiutò a lavarmi e a vestirmi.
Tornai nel salone lasciando che si cambiasse e si preparasse per la sua serata.
C’era silenzio….troppo silenzio.
Isabella odiava il silenzio.
Isabella…
Cosa non avrei fatto per potermi sentire come allora.
Pensarla mi apriva le porte di un mondo che mi aveva fatto sentire un uomo completo…con accanto l’unica donna in grado di appagarmi.
Invece…ora…
Dovevo crederci se volevo riavere quella vita.
Dovevo crederci se volevo riavere lei.
Per risentire quelle mani su di me.
Per farla godere …e così facendo godere anch’io.
Mi ritrovai davanti al pianoforte aperto.
Sul camino le lingue di fuoco rosso avvolgevano la legna di pino…liberando un gradevole profumo di resine.
Appoggiai le dita su quei tasti freddi….e mi lasciai andare.
Ricordi…suoni…note, volteggiavano rincorrendosi intorno e dentro di me, ridestando sensazioni ed emozioni provate… sognate…desiderate.
Quella musica era nata per Isabella.
Aveva preso vita da sola seguendo l’onda del sentimento che avevo provato vedendola la prima volta..
Che provavo ancora.
Che non mi abbandonava mai.
Che mi stava soffocando da mesi.
Suonarla era come toccarla.
Permisi a quell’immagine di noi di uccidermi fino all’ultima nota…e sulle ali di quell’eco di ricordi…mi lasciai trascinare nel nostro mondo.
Ancora il silenzio…
Chiusi gli occhi.
Isabella…..
Il lento fluire delle immagini di un passato che si abbatteva sulla porta sbarrata della mia mente.
Un serpeggiare malato di emozioni contrastanti.
Una sofferenza di una portata tale da rimanerne stritolati.
Poi…in un attimo…lei.
Riconobbi come un amico il tocco delle sue dita, quel lento graffiare che mi rendeva suo schiavo. Il brivido che sconvolse il mio respiro me ne diede conferma.
Mi girai cercando quegli occhi …Uno sguardo caldo ad accogliermi.
Tutto intorno divenne sordo e muto.
Il mio universo era raccolto nel calore di quella mano sul mio viso…
Di quel regalo inatteso.
La sua voce una carezza.
Rose apparve sulla porta freddando le mie tiepide illusioni.
Poche fredde parole.
Trascinato a forza davanti ad uno specchio che rifletteva l’amarezza del mio presente.
Tornai nel mio stretto guscio, riavvolgendomi nel mio torpore.
Abbandonai le illusioni che mi ero costruito.
Lento e vuoto…seguii Isabella come un’automa.